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"Nettare degli dei, conforto dei mortali, il vino è una meravigliosa pozione che ha il potere di allontanare le preoccupazioni e di offrirci, anche solo per un istante, la visione del paradiso"
Isabel Allende, Afrodita

Il vino, risultato della fermentazione completa o parziale dell'uva fresca, o del succo di uva fresca, è, insieme all'olio e al frumento,parte integrante della nostra storia e della nostra vita.

Forse non ci consente la visione del paradiso, come con la sua abituale verve provocatoria e ironica afferma l'Allende, ma certo un vino “giusto” può donarci attimi di piacere, se non di beatitudine... e decisamente inconcepibile è una tavola che non lo veda protagonista insieme alle vivande. Accostiamoci al suo mondo…

C’era una volta

“Ecco arrivare delle anfore di vetro sigillate con cura, che portavano appese al collo delle etichette con scritto "Falerno Opiniano di cento anni".Eravamo intenti a leggere le etichette, quando Trimalcione batté le mani: ahimè – disse – dunque il vino vive più a lungo dei miseri uomini! Beviamo a tutta canna, il vino è vita”
Petronio, Satiricon

Il vino, già noto in Mesopotamia e in Egitto, diventa bevanda quotidiana in Grecia, da religiosa che era. Secondo la mitologia, il primo a coltivare la vite fu un dio, Dioniso, il Bacco dei romani, che ne trasse il vino e con esso inebriò le ninfe, i compagni, gli amici e i nemici. Questo dono regalava serenità, equilibrio, ispirazione poetica, facilitava il canto e la divinazione, se bevuto con spirito integro... mentre ai nemici il dio riservava ebbrezza e follia. I grappoli d'uva venivano pigiati in grandi conche di pietra, e al vino ottenuto, che tendeva presto ad inacidirsi, venivano aggiunte le più strane sostanze: il vino greco, per esempio, risultava troppo salato ai romani per l’eccessiva aggiunta di acqua di mare destinata a conservarlo. Lo si metteva poi in otri di pelle di capra, o di montone, pronto per essere consumato, mentre per l'esportazione “viaggiava” in anfore di coccio spalmate di resina di pino, da qui l'origine del retsina il vino greco resinato. A Roma il “pincerna”, una specie di valletto mescitore, versava il vino ai romani, che lo bevevano in calici d'argento e d' ambra, di vetro e d’oro e chiamavano questo rito “libare”. Libavano ai propri cari, agli amici e soprattutto agli dei. “Libatio” era il saggio del vino che il sacerdote faceva sull’ara del tempio e poi offriva agli astanti: ecco il bere alla salute, il brindisi. Nei conviti si bevevano tante coppe di vino quante erano le lettere che componevano il nome del festeggiato. Ma non era sempre stato così. Probabilmente verso l’800 a.C. a Roma il vino era molto raro e riservato alle offerte agli dei, in graduale sostituzione del latte. Era anche ritenuto una bevanda magica per via dell’allora inspiegabile ebbrezza che procurava, perciò non si chiamava vino, ma temetum da “temulentia”, ebbrezza. Era vietato agli uomini prima dei 35 anni, agli schiavi e, naturalmente, alle donne, alle romane, perché non era proibito alle greche e alle etrusche, addirittura non veniva lasciata loro la chiave della cantina quando, in virtù delle nozze, tutte le altre chiavi di casa venivano in possesso della sposa; dietro il divieto, motivi di salute, si credeva che il vino favorisse l’aborto, ma anche di prudenza, il vino si sa che è galeotto … Le romane, però, che nei giorni normali si dovevano accontentare di bere vina secondaria, cioè non analcolici, si rifacevano nei giorni della Bona dea, quando nel suo tempio bevevano da anfore dalle targhette menzognere, che indicavano latte o miele, al posto del vero contenuto, vino puro. Poi le cose cambiarono. Il vino, suscitatore di affetti e di passioni, venne cantato da Catone, da Orazio, da Plinio, come l’ammineo, il cecubo, il falerno, il maroneo … il retico, prediletto da Augusto, mentre Apuleio citava: “il primo bicchier giova alla sete, il secondo al buon umore, il terzo al piacere …” Sul vino si scrissero odi e poesie, il Tasso e l’Ariosto lo facevano scorrere insieme al latte in incantati paradisi; lo cantarono De Musset, Byron, Baudelaire …

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